Attacco aereo distrugge il ponte più alto del Medio Oriente: otto morti e 95 feriti
Un attacco aereo condotto dalle forze statunitensi e israeliane ha distrutto il ponte B1, il più alto dell’Iran, causando la morte di otto persone e ferendone altre 95, come riportato dai media statali iraniani. L’attacco è avvenuto nella città di Karaj, collegando la capitale Teheran con l’area occidentale del paese, e ha visto il ponte colpito da una serie di raid aerei, poco dopo che l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva espresso la sua intenzione di riportare l’Iran “all’età della pietra”.
Il primo attacco ha gravemente danneggiato la struttura, mentre un secondo colpo è stato dato mentre le forze di soccorso erano già sul posto per assistere i numerosi feriti, molti dei quali stavano celebrando la “Giornata della Natura” lungo le rive del fiume sottostante. Secondo i rapporti ufficiali, i festeggiamenti si sono trasformati in tragedia, con un folto gruppo di persone riunito sotto il ponte al momento dell’attacco.
Il ponte B1, che si apprestava ad aprirsi al traffico nei prossimi mesi, è stato al centro di crescendo tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iran. Solo poche ore prima dell’attacco, Trump aveva rilasciato un criptico avvertimento su possibili bombardamenti su strutture strategiche iraniane, inclusi ponti e centrali elettriche. In un messaggio postato su Truth Social, l’ex presidente ha affermato che l’esercito statunitense non aveva ancora “cominciato a distruggere ciò che resta in Iran” e ha esortato i leader iraniani ad agire “in fretta”.
La devastazione del ponte non è solo un evento tragico, ma rappresenta anche un punto critico nel contesto geopolitico del Medio Oriente. Trump ha pubblicato un video dell’evento, commentando che “il ponte più grande dell’Iran è crollato, mai più utilizzabile”. Ha inoltre invitato l’Iran a negoziare prima che fosse troppo tardi, sottolineando la necessità di un accordo che possa impedire ulteriori distruzioni e rovine nel paese.
Rispondendo agli attacchi, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, ha dichiarato che l’abbattimento di strutture civili come ponti, comprese quelle ancora in costruzione, non porterà a un’induzione della popolazione iraniana alla resa. In effetti, la distruzione di tali infrastrutture potrebbe avere l’effetto opposto, cementando la determinazione del popolo iraniano a resistere.
Il giorno successivo agli attacchi, è stata riportata una violazione dei diritti umani: un attacco con droni su un magazzino della Croce Rossa a Bushehr ha danneggiato diverse strutture umanitarie, mentre immagini satellitari hanno mostrato fumi elevati dalla zona portuale di Qeshm, un’isola strategicamente importante. Questi eventi sollevano preoccupazioni sulla sicurezza dei civili e sull’eventuale escalation del conflitto.
Nel frattempo, gli attacchi non si limitano all’Iran. Droni hanno colpito la raffineria Mina al-Ahmadi in Kuwait, accendendo incendi ma senza causare feriti, secondo le autorità locali. Dalla parte saudita, le difese aeree hanno riportato l’abbattimento di sette droni nelle ore precedenti, in una serie di incidenti che evidenziano un aumento delle ostilità nella regione del Golfo.
In questo clima di tensioni crescenti, una portavoce delle Guardie della Rivoluzione iraniana ha affermato che un secondo jet F-35 statunitense è stato abbattuto nel centro dell’Iran, aumentando le preoccupazioni su una possibile guerra diretta tra gli Stati Uniti e l’Iran. Sebbene non ci sia stata una risposta immediata da parte degli Stati Uniti, questi eventi segnalano che la regione è sull’orlo di un’escalation pericolosa.
Le conseguenze di questa distruzione, sia sul piano umano che su quello politico, saranno devastanti. Con il ponte B1 ora in rovina e il popolo iraniano in lutto per le perdite subite, le ripercussioni potrebbero estendersi ben oltre le frontiere nazionali, sconvolgendo ulteriormente il già fragile equilibrio geopolitico del Medio Oriente. Mentre il mondo guarda, le speranze di una risoluzione pacifica sembrano sempre più lontane.
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